{"id":232,"date":"2023-03-08T23:29:14","date_gmt":"2023-03-08T22:29:14","guid":{"rendered":"http:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/?page_id=232"},"modified":"2024-01-08T13:29:47","modified_gmt":"2024-01-08T12:29:47","slug":"valentia","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/?page_id=232","title":{"rendered":"Valentia"},"content":{"rendered":"<p><strong>Valentia<\/strong><br \/>\n<strong>Dalla fondazione del Municipium all&#8217; Et\u00e0 Repubblicana.<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019interesse dei Romani per la grecit\u00e0 meridionale e la Calabria in particolare si manifesta pi\u00f9 specificamente dopo la III guerra sannitica (298-290 a. C.) e dopo la morte di Agatocle (289 a. C.). Vi \u00e8 notizia certa della presenza, intorno al 282, di un presidio romano a Reggio, imposto per tutelare la citt\u00e0 da Lucani e Bretti. A partire dal 270 a. C. in poi, i rapporti tra Roma e la grecit\u00e0 calabrese migliorarono, fino alla fine della I guerra punica. Anzi la stessa Locri, durante le guerre contro i Cartaginesi, diventa un\u2019importante alleata navale di Roma. Quanto ad Hipponion, l\u2019interesse si manifesta chiaramente in termini di amicizia e di difesa; nel 218 a. C., secondo la testimonianza di Livio, Roma difende l\u2019ager vibonensis dalle minacce dei Cartaginesi che pi\u00f9 volte vi erano penetrati. Non \u00e8 molto chiaro se la citt\u00e0 fosse a quel tempo in mano dei Bretti o se fosse gi\u00e0 sede di un presidio romano. Strabone e Stefano di Bisanzio tramandano che, al tempo della deduzione della colonia, Hipponion era in mano ai Bretti e Livio afferma che l\u2019ager, su cui i Romani fondarono la colonia, era vicino ai Bretti, che avevano preso la citt\u00e0 ai Greci. Nell\u2019assenza di dati concreti \u00e8 il caso di riconoscere che, per quel che riguarda la storia di Hipponion, sappiamo molto poco del periodo che va dalla met\u00e0 del IV sec. a. C. all\u2019episodio annibalico, perci\u00f2 non rimane altro che guardare ai rapporti tra Romani, Hipponiati ed il condottiero cartaginese, inserendoli nel quadro pi\u00f9 generale della politica romana in Magna Grecia e nel Bruzio.<\/p>\n<p>La politica di Roma nei riguardi delle citt\u00e0 greche del Bruzio era caratterizzata da un atteggiamento \u201cmoderato\u201d che si esprimeva con la stipula di foedera che, entro certi limiti, assicuravano alle poleis autonomia ed indipendenza. La stessa Locri e forse anche Reggio diventano sodi navales di Roma. Ma con le defezioni avvenute durante la guerra annibalica, Roma cambia atteggiamento e tra il 194 ed il 192 deduce colonie (Crotone, Tempsa, Copia e Valentia) nel sito delle citt\u00e0 greche, ormai in decadenza, fiaccate sia dal dominio brettio che dalle lunghe attivit\u00e0 belliche, destinando alla colonizzazione l\u2019agro turino e quello bruzio, che sono cos\u00ec trasformati in ager publicus populi Romani.<\/p>\n<p>Gli storici contemporanei, ormai, in maniera unanime, accettano il 194 a. C. come data della deduzione, sul sito della greca Hipponion, della colonia latina col nome di Valenti. Due anni dopo, nel 192, la deduzione viene completata. Ha suscitato invece discussioni la notizia di Velleio Patercolo secondo la quale i Romani avrebbero dedotto una colonia gi\u00e0 nel 237 a. C. Alcuni considerano la notizia non attendibile, attribuendola ad un errore dello storico o ad una disinformazione delle sue fonti; altri pensano che si riferisca ad un omonimo sito geografico; altri ancora ritengono che la notizia ben si concilia con il periodo in cui Roma aveva inviato presidi in alcune citt\u00e0 del Bruzio. Anche per i Romani come per i Greci, nella scelta di Hipponion come colonia e pi\u00f9 tardi municipium, sicuramente ha giocato un ruolo importante la topografia del sito. Collocata su un pianoro collinare a circa 500 m.s.m e in ottima posizione strategica, che le consente il controllo su tutto il territorio circostante ed un facile accesso alla viabilit\u00e0 principale, Valentia, grazie alla sua posizione geografica, controlla a Nord l\u2019ampio tratto di costa del golfo lametino, a Sud tutta la piana di Matauros, via obbligata verso lo Stretto. Inoltre il suo territorio \u00e8 parte integrante di un ricco paesaggio silvo-pastorale, costituito com\u2019\u00e8 da una stretta fascia costiera che si protende sul mare con piccoli capi e punte, e da pianori che, dalle propaggini montuose della Sila (grande riserva di legname e pece), scendono verso la piana, dove viene praticata l\u2019agricoltura. A ci\u00f2 si aggiunga la presenza del porto ( gi\u00e0 oggetto di molta attenzione da parte di Agatocle), che costituisce una via fondamentale nel traffico marittimo della costa tirrenica. La citt\u00e0, perci\u00f2, possiede tutte le peculiarit\u00e0 richieste dai Romani per la deduzione di una colonia: un polo strategico a guardia di una zona costiera, che domina un retroterra adatto allo sfruttamento agricolo. L\u2019istituzione della colonia di Valentia va intesa proprio come parte integrante del sistema difensivo costiero romano, istituito gi\u00e0 al tempo delle lotte annibaliche.<\/p>\n<p>Da Livio conosciamo i particolari della colonizzazione di Valentia: dai triumviri Q. Nevio, M. Minucio e M. Furio Crassipede furono inviati nella citt\u00e0 3.700 fanti e 300 cavalieri, ai quali dovevano essere assegnati 1530 iugeri di terreno.<br \/>\nSi \u00e8 discusso sulle assegnazioni terriere ai coloni romani che, confrontando il caso di Vibo con quello di Copia, da pi\u00f9 parti sono esigue: se per quest\u2019ultima si \u00e8 pensato alla presenza di due insediamenti seppur vicini, per Vibo si \u00e8 supposta una mancata utilizzazione di tutto il territorio che, in parte, sarebbe stato lasciato in mano di Bretti e Greci. Ci\u00f2 si basa anche sull\u2019ipotesi che l\u2019insediamento romano non avesse sostituito completamente quello precedente. Il fatto che i Romani non avessero sottratto a Bretti e Greci un cos\u00ec ricco territorio sembra in netto contrasto con le direttrici principali della politica romana nel Bruzio, anche alla luce del passo di Dionigi di Alicarnasso, secondo il quale c\u2019era stata, da parte dei Bretti, la cessione a Roma di met\u00e0 della Sila. Il brano pone un problema cronologico, se il fatto in questione debba riferirsi ad un momento precedente la prima guerra punita o se sia connesso con la cinta di fondazione della colonia latina di Valentia, nel qual caso potrebbe di molto agevolare la comprensione della nostra problematica. Infine non \u00e8 da trascurare il fatto che le pi\u00f9 recenti indagini archeologiche hanno in parte modificato l\u2019ipotesi, a suo tempo posta, che i due insediamenti di Vibo, quello greco e quello romano, non si fossero sovrapposti l\u2019uno sull\u2019altro.<\/p>\n<p>La via Annia-Popilia.<br \/>\nDopo la guerra sociale si attua il processo di municipalizzazione che ha inizio intorno all\u201989 a. C. fin oltre l\u2019et\u00e0 cesariana, e Valentia diventa un municipium, con regime di autonomia ed ordinamento quattuorvirale. Al suo interno si rafforza la classe dei municipales, cui erano affidate varie cariche pubbliche. Certo grande impulso avr\u00e0 il municipium vibonese dalla costruzione della via Annia-Popilia che, da Capua a Reggio, assicura il collegamento continuo tra Roma e la Sicilia, anche attraverso il Bruzio. Negli itineraria romani, siano essi picca, o semplici elenchi nominativi, Vibo Valentia \u00e8 indicata come statio, con vari nomi e con qualche divergenza di distanze. La conferma archeologica che la via Annia Popilia passava per Valentia \u00e8 costituita dal miliario romano rinvenuto, nel 1952, in modo fortuito a S. Onofrio, nei pressi dell\u2019attuale Vibo Valentia; su di esso figura, oltre all\u2019indicazione in cifre romane della distanza (CCLX), anche il nome di Annius, identificato col pretore T. A unius Rufus, che aveva provveduto a completare la costruzione della strada, iniziata in precedenza dal console P. Popilius Laenas. L\u2019identificazione esatta del luogo di rinvenimento e la certezza che il miliario fosse in giacitura primaria, vista la presenza del basolato originale attestato negli atti di archivio della Soprintendenza Archeologica della Calabria, sono punti fermi per l\u2019 ubicazione del tracciato della strada, nei pressi di Valentia. La via si snodava dal fiume Angitola lungo la mulattiera tuttora esistente denominata \u201cVia Grande\u201d e, attraverso il cosiddetto Piano degli Scrisi, arrivava in contrada Vaccarizzu, dove appunto \u00e8 stato rinvenuto il miliario prima descritto, posto a circa 4 miglia (cio\u00e8 circa 6 km) da Valentia. Da qui la strada, penetrando in citt\u00e0 attraverso la porta Nord, giungeva nella localit\u00e0 S. Aloe in coincidenza dell\u2019omonima via. Dopo avere attraversato la citt\u00e0, secondo un percorso al momento non precisabile, la strada giungeva al limite Sud-Ovest del centro urbano, da dove si dirigeva verso Gioia Tauro. Il passaggio della via Popilia attraverso Valentia si spiega con la morfologia del terreno, poich\u00e9 la zona in cui \u00e8 ubicata Vibo Valentia coincide con un\u2019area che permette un tracciato di crinale ed ortogonale alla citt\u00e0, senza l\u2019attraversamento di alcun corso d\u2019acqua.<br \/>\nLe notizie storiche sulla citt\u00e0, relative al periodo compreso tra la fondazione della colonia e la fine dell\u2019et\u00e0 repubblicana, permettono di delineare un quadro fiorente di vita nel quale si attua il processo di completa romanizzazione.<\/p>\n<p>Una fonte storica che ha visitato personalmente ed in pi\u00f9 occasioni la citt\u00e0 \u00e8 Cicerone: l\u2019oratore, sia nelle Verrine che nell\u2019epistolario, accenna pi\u00f9 volte alla sua presenza a Vibo e nel territorio. In relazione a Verre, Cicerone, per dimostrare come il pretore era venuto meno ai suoi doveri, racconta che i cittadini di Valentia, poich\u00e9 subivano sempre pi\u00f9 frequenti incursioni e saccheggi da parte dei banditi che si annidavano nell\u2019ager Tempsanus a Nord del sinus Vibonensis, si erano rivolti fiduciosi a Verre, in quel periodo pretore in Sicilia, affinch\u00e9 la citt\u00e0 venisse liberata da questo flagello. Ma Verre non li aveva ascoltati. La genericit\u00e0 della notizia non permette di stabilire se le incursioni avessero interessato anche la citt\u00e0 o solo il territorio, la presenza di quei predatori \u00e8 stata invece connessa con la rivolta servile capeggiata da Spartaco. Ed ancora in due occasioni, nel 58 e nel 44 a. C., Cicerone, in grave pericolo, chiede e ottiene ospitalit\u00e0 presso la villa del suo caro amico vibonese Vibius Sicca. Molti studiosi, sulla scorta di resti archeologici relativi a ville rinvenute nel territorio di Valentia, hanno tentato l\u2019identificazione della villa di Sicca presso cui era stato ospite Cicerone. Tra essi il Pesce, che credeva di avere individuato la residenza di quel ricco personaggio in un gruppo di monumentali resti archeologici, rinvenuti casualmente nel 1930 a Vibo Marina, durante lo scasso per la galleria ferroviaria tra S. Venere e Pizzo. L\u2019Archeologo connetteva questo rinvenimento con un complesso che in anni passati aveva restituito alcune statue, tra cui una copia dell\u2019Artemide di Dresda e dell\u2019Arianna addormentata. Le sculture, tutte di ottima fattura e provenienti da questa sontuosa villa, si datano a partire dall\u2019et\u00e0 claudia e fino al III sec. d. C. e di recente sono state oggetto di studio. Tra gli altri, \u00e8 presente un busto femminile di eccezionale qualit\u00e0, di lucido basalto, proveniente dalle cave dell\u2019Africa settentrionale e databile ad et\u00e0 claudia; l\u2019opera testimonia una committenza di grande cultura e di elevate possibilit\u00e0 economiche. Nel corso di recenti indagini archeologiche, in localit\u00e0 S. Venere di Vibo Marina, \u00e8 emerso un settore di necropoli, molto probabilmente da connettere alla villa pubblicata dal Pesce, che cronologicamente si data al II-III sec d. C.; si ha ragione di credere che si tratta del settore riservato all\u2019elemento servile del complesso ma, al momento, non si hanno elementi concreti per ipotizzare l\u2019attribuzione della villa a Sicca.<\/p>\n<p>L\u2019amicizia di Cicerone per un esponente della nobilitas della citt\u00e0 qual era Sicca \u00e8 stata giustamente considerata una prova del fatto che il ceto abbiente di Valentia, gi\u00e0 nel I sec. a. C., avesse stretto rapporti direttamente con Roma. Del resto \u00e8 attestata la presenza, nella citt\u00e0, di Agrippa, genero di Augusto, di cui \u00e8 noto, proveniente da Valentia, un ritratto marmoreo databile ad et\u00e0 augustea; a Vibo era la fornace (figlina) di Lepida, nipote di Agrippa, confermata dalla presenza di bolli su mattoni; spesso, accanto al nome di Lepida, compare anche quello di Agrippina, non sappiamo se figlia o nipote di Agrippa; alla sua morte, le fabbriche vibonesi vengono ereditate dai figli Gaio e Lucio Cesare, e anche, per loro tramite, dallo stesso Augusto.<\/p>\n<p>La citt\u00e0 assume un ruolo importante durante le guerre civili e si guadagna i favori di Cesare ed Ottaviano perch\u00e9 offre ad entrambi l\u2019appoggio indispensabile del suo porto, come base per le operazioni, condotte sullo Stretto, contro Pompeo. Dallo stesso Cesare, ma anche da Appiano apprendiamo, infatti, che nel 49 a. C. il porto di Valentia fu teatro di uno scontro navale: Cassio, capo della flotta pompeiana aveva incendiato le navi di Cesare che sostavano nel porto di Messina e poi, proseguendo verso Vibo, tent\u00f2 di incendiare le altre navi che l\u00ec sostavano ma il pronto intervento dei veterani imped\u00ec l\u2019incursione, costringendo lo sconfitto Cassio alla fuga. Il favore di Cesare verso la citt\u00e0 \u00e8 attestato in un\u2019epigrafe nella quale i cittadini di Valentia manifestano la loro riconoscenza a Giulio Cesare che, per l\u2019anno 46, aveva accettato di diventare patronus della citt\u00e0. Per l\u2019anno 43 a. C., secondo la testimonianza di Appiano, Vibo, insieme con Reggio, compare nell\u2019elenco delle citt\u00e0 i cui territori sarebbero stati oggetto di assegnazioni ai veterani, da parte di Ottaviano. Nello scontro che segue tra Ottaviano e Pompeo, nelle acque dello Stretto di Messina, Vibo, ma anche Reggio, offrono il loro porto ad Ottaviano che vi insedia il suo quartier generale, in cambio della promessa di escludere le due citt\u00e0 dalle assegnazioni di terreni ai veterani. Cos\u00ec Ottaviano si garantisce la fedelt\u00e0 dei due municipi, fedelt\u00e0 necessaria per l\u2019importanza strategica dei loro porti. Alle fonti storiche si aggiunge anche una testimonianza archeologica della presenza delle truppe di Pompeo a Vibo; si tratta di una ghianda missile di piombo, rinvenuta a Vibo Valentia, sulla quale \u00e8 l\u2019attestazione epigrafica dell\u2019acclamazione ad Imperator di Salvidieno Rufo, capo della legio X Fretentis e legato di Ottaviano contro Sesto Pompeo, poich\u00e9 Salvidieno aveva offerto protezione dalla flotta pompeiana alla costa italica.<\/p>\n<p>Dal punto di vista archeologico, gli scavi eseguiti nel corso degli anni nel centro urbano hanno messo in evidenza un vasto settore della citt\u00e0 romana nella localit\u00e0 S. Aloe, scavato per la maggior parte alla fine degli anni Settanta, su cui solo di recente \u00e8 stata ripresa l\u2019indagine. Le testimonianze archeologiche relative ai primi secoli di vita della colonia nell\u2019et\u00e0 repubblicana sono scarse perch\u00e9 meno indagate e spesso oggetto di recuperi occasionali. Ma la scarsezza dei resti non implica necessariamente un minore vigore o benessere della citt\u00e0, anzi, sembra essere proprio questo il periodo in cui si pongono le basi per le fiorenti attivit\u00e0 economiche che si consolideranno nei periodi successivi: lo dimostrano soprattutto il rinvenimento di alcune fornaci ed i resti mobili rinvenuti in varie occasioni (monete, materiale anforico, bolli, epigrafi ecc.) riferibili al periodo in questione.<\/p>\n<p>La necropoli scavata in localit\u00e0 Piercastello testimonia le prime fasi di fondazione della colonia; dei tre periodi di utilizzo della necropoli prenderemo in considerazione solo gli ultimi due, relativi all\u2019epoca che ci interessa: il secondo periodo (databile dalla fine del III al I sec. a. C.) ed il terzo periodo (compreso tra la fine del I sec. a. C. e la fine del I sec. d. C.). Intorno al II sec. a. C., la tomba a camera viene riutilizzata come fossa comune: insieme a cinquanta scheletri umani si sono rinvenuti anche quattro scheletri di animali, appartenenti a tre cani e ad un cavallo; tutti i corredi sono molto poveri, tranne quelli relativi a tre tombe e mancano comunque materiali di importazione. Nel I sec a. C., la necropoli viene ricoperta da uno strato alluvionale di fango e detriti. Al periodo compreso tra il I sec. a. C. ed il I sec. d. C. appartengono le sepolture pi\u00f9 tarde, segno che la necropoli in questo periodo viene abbandonata, forse perch\u00e9 soggetta a continue frane ed alluvioni, come dimostra la stratigrafia. Il riutilizzo della tomba monumentale come fossa comune e la presenza in essa di corpi di animali, ha permesso di avanzare due ipotesi: a) che la citt\u00e0 di Vibo Valentia, tra la fine del III e l\u2019inizio del II sec. a. C., fosse stata colpita da un\u2019epidemia che avrebbe costretto i cittadini a seppellire tutti, uomini e animali, in fosse comuni; b) che la fondazione della colonia latina non sia stata indolore per gli abitanti di Vibo, ma abbia comportato eccidi della popolazione residente. Questi ultimi sarebbero testimoniati dalla fossa comune di Piercastello, come del resto tramandano le fonti antiche, che segnalano grosse perdite dei Bretti in seguito alla guerra punica. Da segnalare, durante lo scavo della necropoli, il rinvenimento di parecchio materiale anforico costituito, in minor parte, da anfore tipo Dressel 1A, 1B ed in numero maggiore di Dressel 2\/4, (che coprono un arco cronologico compreso tra il II sec. a. C. ed il I d. C.); la presenza massiccia del suddetto materiale testimonia una produzione vinaria, certo, molto abbondante.<\/p>\n<p>L\u2019urbanizzazione repubblicana.<br \/>\nResti archeologici relativi a settori urbani databili ad et\u00e0 repubblicana sono stati rinvenuti a S. Aloe, in Cancello Rosso, in via Omero, alla Terravecchia in via Milite Ignoto. A S. Aloe \u00e8 stata accertata, nel corso degli anni Settanta, la presenza di strutture abitative di et\u00e0 repubblicana. Purtroppo, delle strutture in questione non \u00e8 rimasta agli atti nessun tipo di documentazione, ma si deduce che sui resti di queste abitazioni si sono impiantate le domus databili all\u2019et\u00e0 imperiale, attualmente i resti pi\u00f9 monumentali della citt\u00e0 romana. Da questa localit\u00e0 proviene inoltre un\u2019epigrafe che si integra con un\u2019altra dell\u2019ex collezione Cordopatri, ora al Museo di Vibo Valentia; entrambe sono di grande interesse per la topografia e la storia della citt\u00e0 in quanto attestano, in modo celebrativo, la presenza dei quattuorviri iure dicundo che sovrintendono alla sistemazione delle mura di cinta e delle porte di Valentia. Gli studiosi hanno tentato di datare il periodo in cui furono effettuati i suddetti rifacimenti; alcuni hanno pensato all\u2019et\u00e0 cesariana (48 a. C.), altri al periodo in cui Valentia aveva concesso il suo porto ad Ottaviano contro Pompeo. In localit\u00e0 Cancello Rosso sono state rinvenute almeno tre fornaci per la produzione di ceramica e mattoni ed un impianto per la decantazione dell\u2019argilla. Collazionando i dati dei vari interventi ne deriva un quadro stratigrafico articolato. Nelle aree circostanti l\u2019attuale sede comunale sono presenti almeno due fasi di uso, ben distinte cronologicamente: in et\u00e0 greca, l\u2019area era stata destinata a necropoli (gi\u00e0 nota come necropoli occidentale di Hipponion, dalla fine del VII fino alla fine del IV sec. a. C.); in et\u00e0 romana e fin dall\u2019inizio del II sec. a. C., sorge un quartiere ceramico, per la presenza accertata di tre fornaci, abbastanza vicine tra di loro, di cui una, quella prospiciente la via Kennedy, \u00e8 connessa con un impianto per la decantazione dell\u2019argilla. I dati di scavo e lo studio della tipologia della fornace rinvenuta in via Popilia permettono di stabilire che la costruzione e quindi l\u2019attivit\u00e0 del quartiere ceramico in questione hanno inizio nel II sec. a. C. per cessare nel II sec. d. C., e che tutta la zona viene poi frequentata, fino al V-VI sec. d. C. In via Omero \u00e8 stato messo in luce un muro in opus reticulatum che a Vibo Valentia costituisce l\u2019unico manufatto costruito con questa tecnica. Alla Terravecchia, in via Milite Ignoto, due distinti interventi hanno individuato strutture abitative relative a due fasi cronologiche: quella pi\u00f9 antica, riferibile alla deduzione della colonia romana, \u00e8 costituita da muri in piccole pietre legate con malta e pavimenti in cocciopesto; la pi\u00f9 recente, databile al I sec. d. C., cui appartengono strutture in laterizi e malta, una colonnina ed una semicolonna anch\u2019esse in laterizio, con la pavimentazione sempre in cocciopesto. Tutta la zona sembra essere stata abbandonata intorno alla prima met\u00e0 del II sec. d. C., forse a causa di un evento traumatico, come indurrebbe a pensare il crollo della colonna in mattoni. Tra il materiale mobile sono state rinvenute in gran quantit\u00e0 anfore del tipo Dressel 2\/4 ed un consistente numero di lucerne databili tra I e II sec. d. C.<\/p>\n<p>Le emissioni monetali.<br \/>\nTestimonianze del primo impianto della colonia sono anche le emissioni monetali di Valentia, che secondo gli studi costituiscono una netta cesura con le emissioni precedenti sia della citt\u00e0 greca che del periodo brettio, evidente segno questo della mutata situazione politica. Purtuttavia nel repertorio tipologico delle serie e nell\u2019organizzazione della produzione si possono cogliere influenze della tradizione greco-brettia della citt\u00e0. Lo studio metrologico porta alla conclusione che le emissioni di Valentia non erano in grado di soddisfare le esigenze finanziarie del centro che, all\u2019epoca dell\u2019impianto della colonia, era economicamente impegnato in spese edili e militari. Inoltre, la presenza di frazioni di piccolo taglio sembra dovesse servire il mercato locale, se non addirittura \u201ccittadino\u201d. Tutto sommato \u00e8 necessario riconoscere che per Valentia l\u2019emissione di una moneta, pur limitata nel metallo e svilita nel peso, con un proprio nome ed un tipo che ne costituisce l\u2019emblema, rappresenta una forma di prestigio e di privilegio.<\/p>\n<p>Completa il quadro dell\u2019et\u00e0 repubblicana la presenza, in una collezione privata vibonese, di uno dei rari esemplari di ritratto databile a quell\u2019epoca. Si tratta di una testa che, originariamente, era inserita in una statua togata e che attesta, nella manifattura, stretti contatti con la cultura artistica di Roma dell\u2019inizio del I sec. a. C. Dall\u2019esame dei pur esigui rinvenimenti archeologici e dalla loro connessione con le notizie storiche delle fonti si riesce a definire, seppure a grandi linee, il quadro della vita politico-economica di Valentia, dai primi anni della colonia fino a tutta l\u2019et\u00e0 repubblicana. La deduzione della colonia non fu indolore per gli Hipponiati, e vi furono anche difficolt\u00e0 economiche, legate alle nuova condizione politica della citt\u00e0. Tuttavia, fin dai primi secoli di vita del municipium \u00e8 evidente l\u2019esistenza di una nobilitas, di una classe dirigente che riesce a collegarsi direttamente con Roma. Lo attesta, tra l\u2019altro, la presenza, a Vibo di Q. Laronius , che legatus di Agrippa nel 36 a. C., diviene consul suffectus a Roma nel 33 a. C. Il bollo col suo nome, presente su molte tegole rinvenute in gran numero a Vibo e in un territorio limitrofo, testimonia la propriet\u00e0, da parte di Laronius, di una industria molto produttiva. In citt\u00e0, comunque, parecchie fabbriche di laterizi sono attestate per l\u2019et\u00e0 tardo repubblicana. Il primo impianto della citt\u00e0 \u00e8 costituito, probabilmente, da abitazioni realizzate con pietre e pochi mattoni, mentre gi\u00e0 in et\u00e0 tardo repubblicana qualche edificio sembra essere pi\u00f9 curato: tutti sono caratterizzati dall\u2019uso diffuso dei laterizi e della malta cementizia. Certamente la citt\u00e0 sembra ancora lontana da quella monumentalizzazione urbanistica che caratterizzer\u00e0 i secoli immediatamente successivi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Valentia Dalla fondazione del Municipium all&#8217; Et\u00e0 Repubblicana.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":224,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"footnotes":""},"tags":[],"class_list":["post-232","page","type-page","status-publish","hentry"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/232","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=232"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/232\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1141,"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/232\/revisions\/1141"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/224"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=232"}],"wp:term":[{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=232"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}