{"id":236,"date":"2023-03-08T23:31:17","date_gmt":"2023-03-08T22:31:17","guid":{"rendered":"http:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/?page_id=236"},"modified":"2024-01-08T13:33:00","modified_gmt":"2024-01-08T12:33:00","slug":"il-porto-e-le-peschiere","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/?page_id=236","title":{"rendered":"Il Porto e le Peschiere"},"content":{"rendered":"<p><strong>Il Porto e le Peschiere<\/strong><\/p>\n<p>Tipologia degli insediamenti nel territorio e modi di produzione.<br \/>\nAbbiamo visto come la citt\u00e0 di Hipponion prima e quella di Valentia poi fossero al centro di un ampio territorio, posto in posizione molto favorevole sia da un punto di vista topografico che da quello produttivo; si rammenti inoltre, la possibilit\u00e0 che la citt\u00e0 ebbe di utilizzare e sfruttare il legname e la pece della Sila, divenuta in et\u00e0 romana ager publicus.<\/p>\n<p>Il Porto. Gi\u00e0 da tempo la ricerca archeologica subacquea ha identificato i due moli del porto antico di Hipponion-Valentia. Esso \u00e8 stato identificato nelle sue componenti strutturali, grazie ad una serie di ricerche svolte da geologi, archeologi, ed operatori subacquei. A conferma di quanto si era interpretato nelle foto aeree, le indagini subacquee hanno individuato due antemurali, uno maggiore dell\u2019altro, che costituivano le strutture di difesa e approdo dell\u2019ampio bacino portuale. Una prima struttura, rinvenuta all\u2019attuale foce del fiume Trainiti, \u00e8 costituita da ciottoli e grandi massi squadrati, e si mantiene in elevato per un\u2019altezza massima di 2,5 m e con una batimetria che oscilla dai 4 fino ai 9 m; la seconda struttura, che chiameremo antemurale minore, \u00e8 invece ubicata in corrispondenza di Punta Buccarelli, costituita anch\u2019essa da massi e ciottoli, purtroppo in pessimo stato di conservazione per la dispersione dei suoi elementi. L\u2019ipotesi odierna \u00e8 che i due antemurali corrispondano al porto pi\u00f9 recente rispetto a quello di minori dimensioni che era in uso in et\u00e0 greca. Il porto sfruttava un sistema fluviale-lagunare compreso tra le foci dei torrenti S. Anna e Trainiti ed era limitato verso l\u2019interno da un vecchio sistema dunare sul quale, in et\u00e0 romana, erano state costruite alcune ville, di cui una che assume grande rilevanza per la comprensione degli scambi marittimi, \u00e8 stata identificata ed in parte indagata nel sito del Castello di Bivona. L\u2019esistenza di un porto a Hipponion-Valentia per l\u2019et\u00e0 greca e romana \u00e8 documentato anche dalle fonti antiche (Strabone, Lucilio, Cicerone, Cesare, Appiano), mentre l\u2019epistolario di Gregorio Magno ed il Liber Pontificalis testimoniano il protrarsi dell\u2019attivit\u00e0 portuale almeno fino all\u2019 VIII sec. a. C.; attivit\u00e0 che continua nel XIII, per la menzione del porto di Bibona nel Portolano Il Compasso da Navigare, attribuito a quell\u2019et\u00e0; e si interrompe tra il XVII e il XIX secolo, con l\u2019interramento delle strutture, per ordine dei Pontefici romani, allo scopo di impedire il ricovero dei Barbari. Si deve probabilmente al fatto che Valentia fosse munita proprio di un porto di grandi dimensioni, ubicato in posizione centrale rispetto alla rete marittima del sud del Mediterraneo, se durante le guerre civili tra Cesare e Pompeo la citt\u00e0 ospit\u00f2 gran parte della flotta di Cesare.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00c8 l\u2019archeologo francese F. Lenormant che fornisce nella met\u00e0 dell\u2019800 le prime descrizioni del porto, presso il vecchio ed abbandonato Castello di Bivona. Egli vide sotto l\u2019acqua i suoi resti nel tragitto marino che lo condusse al Castello e not\u00f2 i considerevoli resti dei moli esterni, assieme a dei grossi piloni quadrati di costruzione romana, disposti a distanze regolari. La tradizione tramanda che l\u2019 arcata di mezzo, pi\u00f9 larga delle altre, era costruita di marmo e portava scolpita la statua di Nettuno. Si tratta di un porto molto ampio, fondamentale sia per l\u2019et\u00e0 greca che per quella romana perch\u00e9 diventa veicolo per il commercio e determina il fiorire di vasti complessi insediativi che specializzano e differenziano la loro produttivit\u00e0 anche in funzione dell\u2019esportazione a breve e forse anche a pi\u00f9 ampio raggio.<\/p>\n<p>La ricostruzione della tipologia degli insediamenti in et\u00e0 greca risulta ancora frammentaria pur tuttavia \u00e8 probabile che, nel periodo compreso tra il V ed il IV sec. a. C., il modello insediativo coincidesse soprattutto con piccoli complessi (phrouria), posti su pianori pianeggianti con funzioni di controllo ma anche di sfruttamento agricolo e commerciale per la vicinanza dei luoghi di approdo. Fin dall\u2019et\u00e0 ellenistica sembra documentata un\u2019abbondante produzione di vino per la presenza di contenitori atti alla sua conservazione e trasporto. Traffici commerciali, effettuati per via marittima, sono testimoniati a Vibo da pi\u00f9 parti e con continuit\u00e0 cronologica. Per l\u2019et\u00e0 arcaica ad Hipponion \u00e8 presente materiale ceramico d\u2019importazione (corinzio, greco-orientale, attico ecc.). Per l\u2019et\u00e0 pi\u00f9 recente (IV sec. a. C.) sui suoi tipi monetali \u00e8 riprodotta un\u2019anfora da trasporto di tipo greco-italico che attesta l\u2019importanza di quel contenitore per vino.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 con la deduzione della colonia romana nel territorio di Valentia si riscontra la presenza diffusa dell\u2019insediamento in villa, tipico del mondo romano. Si tratta di complessi rurali ubicati su pianori, ad economia prevalentemente agricola che pi\u00f9 tardi, in et\u00e0 imperiale, evolvono anche in senso residenziale. Il loro numero sembra aumentare tra il I ed il II sec. d. C. A partire dal III sec. d. C. e soprattutto nel IV, si assiste ad un\u2019inversione di tendenza, nel senso che le ville diminuiscono di numero, mentre quelle che rimangono in uso si ingrandiscono e specializzano la produzione.<\/p>\n<p>Per molti di questi complessi \u00e8 stata segnalata la presenza di strutture portuali (tra le altre, anche per la villa di Vibo Valentia Marina nei pressi dell\u2019ex tracciato ferroviario) costruite, certamente, in funzione del collegamento con il porto di Valentia, ubicato nelle immediate vicinanze. Le attivit\u00e0 agricole meglio documentate sono la coltura della vite e dell\u2019ulivo, con la relativa produzione di vino e olio; ma ad esse spesso si associano la produzione ittica e quella boschiva. In alcuni casi \u00e8 presente quella artigianale di ceramica di vario genere ed \u00e8 ipotizzabile la produzione locale di contenitori di tipo anforico, sia per l\u2019et\u00e0 romana (soprattutto anfore di tipo Dressel 2\/4) che per quella tardo antica (anfore tipo Keay LII).<\/p>\n<p>Conferma la coltura e la produzione del vino, in questo territorio, l\u2019insediamento rinvenuto in localit\u00e0 Grancara di Pannaconi che ingloba una vasca per quel tipo di lavorazione accanto ad un deposito che, al momento, rappresenta l\u2019unica attestazione di questo genere di impianti rinvenuti, in una villa romana, in questo territorio. Immediatamente limitrofa al complesso \u00e8 stata individuata un\u2019area coltivata a vigneto, testimoniata dalla presenza di buche quadrate per l\u2019alloggiamento dei vitigni ad alberello. In base alle buche rimaste in sito si \u00e8 ricostruita la coltivazione a doppi filari con le piante sfalsate. L\u2019impianto della villa, di recente restaurato e visitabile, si data tra il I e il II sec. d. C.<\/p>\n<p>La produzione ceramica connessa ad una di queste ville \u00e8 documentata, a Briatico, dalla presenza di una grande fornace, adesso ubicata sulla spiaggia ed isolata ma certamente relativa ad uno dei nuclei della monumentale villa, rinvenuta negli anni scorsi in quella localit\u00e0. Il complesso \u00e8 noto soprattutto per la presenza di un mosaico con scene di pesca effettuata da amorini pescatori che gettano le reti da piccole imbarcazioni. I tipi di insediamenti, le colture e le attivit\u00e0 attestati per le varie et\u00e0 presuppongono la concentrazione delle propriet\u00e0 nei latifundia, connessi a una forma di produzione schiavistica, com\u2019\u00e8 documentata anche nel resto dell\u2019Italia romana .<\/p>\n<p>Le peschiere. Attestano la produzione ittica due insediamenti per la lavorazione del pesce rinvenuti a Briatico nelle localit\u00e0 Sant\u2019Irene e La Rocchetta. Il primo, di gran lunga pi\u00f9 monumentale e conservato del secondo, \u00e8 realizzato su uno scoglio in antico noto con i nomi di La Galera o Praca o Vrace. Consta di un complesso di vasche per tenere in fresco il pescato scavate sullo scoglio e di altre vasche per la salagione costruite in muratura e pavimentate in cocciopesto, ubicate sull\u2019attuale spiaggia. Sullo scoglio, un complesso di canali coperti a volta o a cielo aperto assicurano il ricambio dell\u2019acqua nelle vasche. Un porticciolo orientato verso il porto di Vibo assicurava il trasporto del pesce o della salsa di pesce (il garum) che veniva stivata in anfore appositamente prodotte. Al momento attuale questo tipo di strutture \u00e8 l\u2019unico studiato e descritto per la Calabria. Da sempre lo scoglio di S. Irene, cos\u00ec vicino alla spiaggia e agevolmente raggiungibile a nuoto, ha suscitato grande interesse e curiosit\u00e0, con le sue cavit\u00e0 e i suoi anfratti, dove con violenza penetra e s\u2019infrange l\u2019onda. Il paziente e faticoso lavoro degli schiavi aveva realizzato, a colpi di piccone, quattro vasche rettangolari e contigue tra di loro dove per qualche tempo venivano allevati i tonni.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sul fronte interno dello scoglio venne costruito un piccolo approdo che si sviluppa su tre lati e si apre in direzione del porto maggiore della citt\u00e0 romana, rinvenuto non lontano in localit\u00e0 Trainiti; sui bordi irregolari della banchina sono state ricavate dieci bitte tutte di diverse dimensioni, utili per l\u2019attracco delle barche con le quali il pesce lavorato veniva commerciato. Altre bitte esterne, di gran lunga pi\u00f9 grandi, servivano probabilmente alla chiusura notturna del porto, secondo l\u2019uso romano tramandato dagli scrittori antichi. Prescrive Columella, nella sua opera \u201cDe re rustica\u201d, che nelle peschiere nulla doveva essere tralasciato per creare le migliori condizioni di vita ai pesci; all\u2019interno delle vasche, oltre a disporre sul fondo scogli coperti di alghe, venivano creati veri e propri anfratti dove i pesci potevano vivere secondo le loro abitudini; per proteggerli dal sole spesso venivano realizzati ambienti coperti dove essi si rifugiavano in cerca d\u2019ombra. Molto importante nelle peschiere era il ricambio dell\u2019acqua nelle vasche e a questo scopo in quella di S. Irene esse comunicano col mare mediante quattro canali, di cui quelli maggiori sono passanti e coperti a volta, mentre i minori comunicano col mare solo su un lato. A questo proposito Cicerone riteneva necessaria la canalizzazione nelle vasche di acqua dolce, allo scopo di determinare la presenza di acqua salmastra cos\u00ec gradita ai pesci. Ingegnoso e nello stesso tempo molto articolato era il sistema usato per bloccare i canali, in modo da impedire la fuga del pescato e nello stesso tempo assicurare il ricambio dell\u2019acqua. A S. Irene questo era costituito da tre cataratte poste ad una certa distanza tra loro: a quella cieca, che bloccava il canale dall\u2019alto, ne corrispondevano altre due che lo bloccavano dal basso, questa volta mediante una grata che lasciava passare l\u2019acqua e non i pesci. Proteggeva lo scoglio sul suo lato nord, esposto ai venti di tramontana e maestrale, una piattaforma con funzione di frangiflutto, realizzata a pi\u00f9 quote e rinforzata con un\u2019opera cementizia che terminava con due corpi aggettanti. Faceva parte integrante della peschiera di S. Irene, anche un altro complesso di vasche (cetariae) realizzato sulla spiaggetta di ciottoli, che sorge di fronte allo scoglio, e ormai erosa dal mare. Sono strutture ormai in cattivo stato di conservazione, caratterizzate dalla presenza di tipici angoli arrotondati per facilitarne la pulizia, intonacati come le pareti; il pavimento era realizzato mediante uno spesso strato di cocciopesto. Queste vasche erano adibite alla conservazione tramite la salagione del pesce e alla preparazione della salsa delle interiora, il garum, molto apprezzata presso i Romani che ne andavano ghiotti. Il collegamento tra le cetariae a terra e le vasche sullo scoglio avveniva, forse, attraverso un piccolo ponte ligneo, che ovviamente non si \u00e8 conservato, considerato che il litorale su cui erano ubicate le vasche per la salagione, in et\u00e0 romana, doveva essere proteso di molto rispetto all\u2019attuale e quindi veniva a trovarsi di gran lunga pi\u00f9 vicino allo scoglio di quanto non lo sia adesso. \u00c8 probabile che il pesce che veniva lavorato in entrambi gli stabilimenti fosse il tonno, anche se in un settore della peschiera di S. Irene sono state individuate delle \u201cstrutture\u201d forse adibite all\u2019allevamento di altre specie, tra cui lamellibranchi e gasteropodi. Del resto, che nel golfo di Hipponion fosse praticata in modo industriale la pesca del tonno, lo attestano sia le fonti antiche, Atheneo (Deipnosophistae, VII, 302) ed Aeliano (De Natura Animalium, XV, 3) che esaltano la qualit\u00e0 del pescato hipponiate dichiarandolo il migliore del Mediterraneo, sia quelle degli eruditi locali che spesso, sulla scia degli autori classici, forniscono notizie sulla prosecuzione della pesca in epoche pi\u00f9 recenti; ma soprattutto lo attesta la continuit\u00e0 di quest\u2019attivit\u00e0 produttiva rimasta viva in questo territorio, anche nelle et\u00e0 successive, quasi senza alcuna cesura cronologica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Porto e le Peschiere Tipologia degli insediamenti nel territorio e modi di produzione.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":224,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"footnotes":""},"tags":[],"class_list":["post-236","page","type-page","status-publish","hentry"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/236","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=236"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/236\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1144,"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/236\/revisions\/1144"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/224"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=236"}],"wp:term":[{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/sabap-rc.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=236"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}